Via D’Amelio, 19 luglio: la strada che l’Italia non ha mai smesso di attraversare

Sono passate tante estati da quel pomeriggio del 1992, eppure ogni 19 luglio il tempo sembra fermarsi per un istante in via D’Amelio, a Palermo. Alle 16:58 un’autobomba spezzò per sempre sei vite e cambiò per sempre la storia di questo Paese. Ricordare oggi non è un rito stanco: è un atto necessario, quasi di manutenzione civile, per non permettere che quella strada torni a essere solo un indirizzo.

Un uomo, cinque persone, un destino comune

Paolo Borsellino sapeva. Lo sapeva meglio di chiunque altro che il suo tempo si stava esaurendo, dopo la strage di Capaci che 57 giorni prima gli aveva portato via l’amico e collega Giovanni Falcone. Eppure continuò a lavorare, a indagare, a parlare pubblicamente della mafia con quella lucidità disarmante che lo rendeva scomodo tanto ai boss quanto a certi ambienti che avrebbero preferito il silenzio. Il 19 luglio non morì da solo. Con lui persero la vita cinque agenti della scorta, ognuno con una storia propria, una famiglia, un’età spesso giovanissima: Agostino Catalano, che guidava quella scorta con l’esperienza di chi conosceva il rischio; Emanuela Loi, la prima donna poliziotto uccisa dalla mafia in Italia, appena trentenne; Vincenzo Li Muli, ventidue anni, uno dei più giovani; Walter Eddie Cosina, arrivato da poco a Palermo da Trieste; Claudio Traina, anche lui poco più che ventenne. Non erano comparse di una tragedia più grande di loro: erano uomini e una donna che ogni giorno sceglievano di stare accanto a chi la mafia voleva morto, sapendo cosa questo potesse significare. La loro memoria merita lo stesso spazio, la stessa dignità, dello stesso Borsellino, perché il coraggio non ha gerarchie.

Perché la memoria non è nostalgia

C’è un rischio, con le ricorrenze: trasformarsi in cerimonie vuote, targhe da fotografare e minuti di silenzio da consumare in fretta prima di tornare alla routine. Ma la memoria di via D’Amelio è tutt’altro. È un esercizio attivo, quasi di responsabilità quotidiana. Borsellino diceva che “la mafia teme più la scuola della giustizia”, perché la giustizia colpisce i vertici mentre la cultura scalza l’albero dalle radici, educando le nuove generazioni a un’appartenenza diversa, fondata sulla legalità e non sull’omertà. Ogni volta che nelle scuole italiane si racconta questa storia, ogni volta che un ragazzo capisce che dietro le parole “mafia” e “antimafia” ci sono scelte concrete, quotidiane, non eroiche per forza ma coerenti, quella bomba perde un po’ del suo potere. La memoria collettiva è l’antidoto più lento ma più duraturo che esista contro l’assuefazione e la rimozione, i veri alleati silenziosi delle organizzazioni criminali.

Cosa è cambiato, cosa resta da fare

Sarebbe disonesto dire che nulla è cambiato dal 1992. Lo Stato, dopo Capaci e via D’Amelio, ha reagito con una stagione di leggi e strumenti che allora non esistevano: il 41-bis rafforzato, la Direzione Nazionale Antimafia, un sistema di confisca dei beni che ha colpito il patrimonio economico dei clan più di qualsiasi arresto simbolico. Cosa Nostra corleonese, quella delle stragi, è stata in gran parte smantellata nei suoi vertici storici. Ma sarebbe altrettanto disonesto cantare vittoria. Le mafie non sono scomparse: si sono trasformate, sono diventate più silenziose, più abili a infiltrarsi nell’economia legale, negli appalti, nella politica locale, spesso senza bisogno di sparare un colpo. La ‘ndrangheta ha esteso la propria influenza ben oltre i confini calabresi, arrivando a operare su scala internazionale. E resta aperta, dolorosamente aperta, la domanda sulle stragi del ’92 e ’93: chi decise, chi mediò, cosa sapevano davvero certi apparati dello Stato. I depistaggi accertati nelle indagini sulla morte di Borsellino restano una ferita non rimarginata, un debito di verità che le istituzioni devono ancora onorare fino in fondo.

Una strada, un impegno


Via D’Amelio oggi è un luogo di passaggio come tanti altri a Palermo, con un albero e un memoriale a ricordare cosa vi accadde. Ma è anche, simbolicamente, la strada che ogni cittadino italiano è chiamato ad attraversare ogni anno, con la stessa domanda che si portava dentro Borsellino: cosa sono disposto a fare io, oggi, per la legalità? Non serve essere magistrati o poliziotti per rispondere. Basta rifiutare il compromesso quando conviene, pretendere trasparenza da chi amministra, insegnare ai più giovani che la parola “omertà” non è un dettaglio folkloristico ma un meccanismo che uccide. Il ricordo di Paolo Borsellino, di Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina non chiede lacrime di circostanza. Chiede continuità: che il loro sacrificio non resti un capitolo chiuso nei libri di storia, ma un impegno rinnovato ogni giorno, non solo il 19 luglio.

Lascia un commento