L’estate 2026 sta lasciando dietro di sé una scia di incendi che attraversa buona parte dell’Europa. Dalla Spagna alla Grecia, dalla Francia al Belgio, migliaia di persone sono state evacuate e intere aree naturali sono state devastate.
Il dato che fotografa meglio la dimensione del fenomeno è questo: oltre 576.000 ettari sono già andati in fumo nell’Unione Europea nel 2026. È una superficie equivalente a circa 5.760 km², più o meno il doppio del Lussemburgo.
E la stagione degli incendi non è ancora finita.
Non è un singolo incendio
Quando sentiamo parlare di grandi incendi tendiamo a immaginare un unico enorme rogo. In realtà, quello che sta succedendo in Europa è diverso.
Sono centinaia di incendi distribuiti in Paesi diversi, spesso favoriti dalle stesse condizioni: temperature molto elevate, periodi prolungati senza pioggia, vegetazione secca e vento.
Secondo il sistema europeo EFFIS, che raccoglie i dati sugli incendi forestali attraverso il servizio Copernicus, al 10 agosto nell’UE erano già stati rilevati 542.926 ettari bruciati e 1.599 incendi di almeno 30 ettari. La cifra è ancora inferiore a quella registrata nello stesso momento del 2025, che rimane l’anno peggiore della serie, ma è molto superiore alla media del periodo 2006-2025, pari a circa 197.000 ettari.
I numeri, inoltre, vengono continuamente aggiornati: le immagini satellitari più precise possono modificare la stima della superficie bruciata anche dopo la prima rilevazione.
La Spagna è tra i Paesi più colpiti
Uno dei casi più impressionanti è quello della Spagna.
A inizio agosto il Paese aveva già registrato quasi 186.000 ettari bruciati secondo una delle serie di dati utilizzate per confrontare la stagione 2026 con gli anni precedenti. In quella stessa fase rappresentava circa il 38% della superficie bruciata nell’UE.
Ma la situazione è cambiata rapidamente nel corso del mese.
In Aragona, per esempio, un singolo incendio ha distrutto circa 16.600 ettari.
E il problema non riguarda soltanto le foreste: quando le fiamme raggiungono le aree abitate entrano in gioco evacuazioni, abitazioni distrutte, attività economiche interrotte e rischi per la salute.
Anche il Nord Europa non è immune
Forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti della situazione attuale.
Gli incendi non sono più soltanto una storia del Mediterraneo.
Il Belgio, per esempio, sta affrontando quello che Reuters ha descritto come il più grande incendio della sua storia. Nella riserva naturale delle Hautes Fagnes sono bruciati circa 3.000 ettari, mentre le fiamme hanno minacciato di avvicinarsi al confine tedesco.
E c’è un dettaglio che rende quell’incendio particolarmente difficile da spegnere: il terreno contiene torba.
Le fiamme possono quindi penetrare nel sottosuolo e continuare a bruciare anche quando in superficie sembra che l’incendio sia sotto controllo. In alcuni punti il fuoco può persino riprendere dopo giorni o settimane.
Perché sta succedendo?
Qui arriviamo al punto centrale.
Il caldo da solo non basta a spiegare un incendio.
Serve una combinazione di fattori.
Temperature elevate fanno evaporare più acqua dal terreno e dalla vegetazione. Periodi senza precipitazioni rendono erba, arbusti e boschi più secchi. Il vento può poi accelerare la propagazione delle fiamme.
Quando queste condizioni si presentano contemporaneamente, basta un’innesco per trasformare rapidamente una zona vulnerabile in un incendio difficile da controllare.
Le ondate di calore e la siccità prolungata che hanno interessato diverse parti d’Europa hanno creato proprio questo tipo di condizioni. Gli esperti collegano l’aumento della frequenza e dell’intensità di queste condizioni al cambiamento climatico.
Questo, però, non significa che ogni singolo incendio sia causato dal cambiamento climatico.
Gli incendi possono avere molte cause, compresa l’attività umana, accidentale o intenzionale. Il clima può però rendere il territorio più predisposto a bruciare e permettere alle fiamme di diventare più difficili da controllare.
E il costo non si misura solo in ettari
Dire che sono bruciati 576.000 ettari ci fa capire la dimensione geografica del problema.
Ma non ci dice tutto.
Un incendio può distruggere abitazioni, aziende agricole, infrastrutture e habitat naturali. Può interrompere il turismo, produrre fumo dannoso per la salute e costringere migliaia di persone a lasciare temporaneamente le proprie case.
E c’è anche un costo meno evidente: quello che ricade sulle assicurazioni e sui bilanci pubblici.
Per questo un ettaro bruciato non equivale semplicemente a un ettaro di foresta perso. Il vero impatto di una stagione degli incendi si misura anche in ciò che accade intorno a quelle aree.
Il dato più importante è forse quello che ancora non vediamo
Il 2026 non è ancora l’anno peggiore nella storia europea.
Almeno non secondo tutti gli indicatori.
Al 10 agosto, per esempio, la superficie bruciata nell’UE era ancora inferiore a quella registrata nel 2025, che resta il record della serie EFFIS. Ma era già ampiamente sopra la media degli ultimi vent’anni.
E questo è importante perché la stagione degli incendi non è ancora terminata.
La domanda quindi non è soltanto quanti ettari siano già bruciati.
È capire quanto rapidamente il numero continuerà a crescere nelle prossime settimane.
E soprattutto se gli incendi sempre più estesi diventeranno un fenomeno al quale l’Europa dovrà imparare ad adattarsi, oltre che a cercare di prevenire.
Perché 576.000 ettari sono già un numero enorme.
Ma il vero problema è ciò che quel numero ci racconta sul tipo di estati che potremmo trovarci davanti sempre più spesso.

