Postare i traguardi dei nostri figli sui social sembra la cosa più naturale del mondo. Ma tra impronte digitali incancellabili, furti d’identità e nuovi paletti imposti dai Garanti della Privacy, il confine tra la gioia della
condivisione e il rischio è sempre più sottile.
Quante volte hai visto comparire nel tuo feed di Instagram o Facebook la foto del primo giorno di scuola del figlio di un amico, o il video di una sua recita improvvisata nel salotto di casa? Probabilmente tantissime. Questa
abitudine ha ormai un nome preciso: si chiama “sharenting”, una fusione tra le parole share (condividere) e parenting (fare i genitori).
Sembra una pratica innocua, un modo veloce per tenere aggiornati i nonni lontani o per sentirsi meno soli in mezzo ad altri genitori alle prese con notti in bianco e capricci. Eppure, sotto la superficie di quei like e di quei
cuoricini, si sta aprendo un dibattito molto serio che coinvolge esperti di sicurezza informatica, psicologi e perfino le aule dei tribunali.
Il nodo del consenso e l’intervento del Garante
Il problema centrale attorno allo sharenting è uno solo: il consenso. I bambini, specialmente quelli molto piccoli, non hanno la possibilità di decidere se vogliono che la loro vita venga documentata e messa in piazza su internet.
In Italia, la questione ha assunto una tale rilevanza che ad aprile del 2026 il Garante per la protezione dei dati personali è dovuto intervenire con un provvedimento specifico. Il messaggio delle istituzioni è chiaro: non si
scherza più con le immagini dei minori. Il Garante ha infatti ribadito che, in caso di genitori separati o in disaccordo, è obbligatorio il consenso esplicito e congiunto di entrambi prima di poter diffondere foto o video del
figlio sui social media.
Tradotto in parole semplici: postare una foto del proprio bambino non è più considerato un gesto automatico di “libertà genitoriale”, ma un atto che tocca i diritti di un altro individuo, anche se quell’individuo sta ancora
imparando a camminare.
L’impronta digitale e i rischi invisibili
Ma perché tanta preoccupazione? Molti esperti di sicurezza fanno notare che stiamo creando un’impronta digitale enorme e permanente per individui che non hanno ancora l’età per usare uno smartphone.
I rischi non si limitano al fatto che quelle foto possano sfuggire al nostro controllo e finire nelle mani sbagliate — un timore reale, purtroppo. C’è anche una questione legata al furto d’identità. Dati apparentemente innocui
sparsi tra una foto del compleanno e un post geolocalizzato sulla scuola (nomi interi, date di nascita, luoghi frequentati) possono essere raccolti e utilizzati da malintenzionati per creare profili falsi.
E poi c’è il fattore psicologico. Proviamo a metterci nei panni di un adolescente di domani, che scopre che ogni suo capriccio, ogni bagnetto e ogni momento di vulnerabilità è stato accuratamente indicizzato dai motori di ricerca,
visibile per sempre ai suoi amici o a futuri datori di lavoro. Quel che per un genitore oggi è un ricordo tenero, per un ragazzo domani potrebbe trasformarsi in una fonte di profondo imbarazzo.
Un nuovo modo di essere genitori?
Tutto questo significa che dobbiamo smettere di condividere la nostra gioia online? Non necessariamente. Molti difendono la pratica sostenendo che la condivisione aiuti a creare comunità di supporto vitali per chi affronta la
maternità o la paternità. Per alcuni, normalizzare le difficoltà della genitorialità attraverso i social aiuta a sconfiggere il mito della “famiglia perfetta”.
La soluzione che molte famiglie stanno iniziando ad adottare non è il divieto totale, ma un cambio di rotta: usare gruppi privati chiusi, evitare di mostrare il volto dei bambini, non citare mai il nome delle loro scuole o i
luoghi che frequentano abitualmente.
La tecnologia ha semplicemente anticipato le nostre abitudini, e noi stiamo cercando di rincorrerla per capire quali siano le nuove regole del gioco. Come sempre, non esiste una risposta facile o una formula magica valida per
tutti. Noi ti abbiamo raccontato come stanno le cose e quali sono i rischi sul tavolo, ma la scelta finale spetta a te. E tu, come gestisci — o come gestirai — l’identità digitale dei più piccoli?

