Ci sono vittorie che fanno rumore perché arrivano all’ultimo secondo. E poi ci sono quelle che, guardandole da vicino, raccontano qualcosa di più.
Quella dell’Italia agli Europei di atletica di Birmingham appartiene alla seconda categoria.
Gli azzurri hanno chiuso la manifestazione al primo posto nel medagliere con 22 medaglie: 10 ori, 6 argenti e 6 bronzi. Seconda la Gran Bretagna padrona di casa, con 19 medaglie e 9 ori, terza la Germania con 21 medaglie ma 6 ori. L’Italia ha vinto anche la classifica a punti, con 226 punti, e ha raggiunto il record di 45 finalisti.
Ma il dato più interessante non è soltanto il numero di medaglie.
È che questo successo arriva due anni dopo il trionfo di Roma 2024. E nel frattempo sono emersi nuovi atleti, nuove staffette e una generazione che sembra pronta a raccogliere il testimone.
Insomma: forse non stiamo semplicemente vivendo una buona stagione.
Forse l’atletica italiana è entrata in una fase diversa.
Da Roma a Birmingham: non è stato un lampo
A Roma, nel 2024, l’Italia aveva fatto qualcosa di straordinario: 24 medaglie, di cui 11 d’oro, chiudendo davanti a tutti nel medagliere.
La domanda, a quel punto, era abbastanza naturale: quanto di quel risultato dipendeva dal fattore campo e quanto rappresentava invece una crescita reale del movimento?
Birmingham ha dato una prima risposta.
L’Italia ha vinto di nuovo il medagliere, questa volta in casa di una Gran Bretagna che aveva tutto per mettere pressione agli azzurri. E lo ha fatto con 22 medaglie, quindi soltanto due in meno rispetto a Roma, ma soprattutto con una distribuzione molto ampia dei risultati.
Non è quindi una squadra che dipende da un solo campione.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più interessante.
Non c’è soltanto Tamberi, Battocletti o Fabbri
A Birmingham hanno vinto atleti con storie e generazioni molto diverse.
Gianmarco Tamberi, a 34 anni, ha conquistato il suo quarto titolo europeo nel salto in alto, superando 2,32 metri.
Nadia Battocletti, invece, ha fatto nuovamente doppietta nei 5.000 e nei 10.000 metri.
Leonardo Fabbri ha confermato il titolo europeo nel peso con 22,31 metri.
E poi ci sono gli atleti che stanno diventando i nuovi volti dell’Italia.
Larissa Iapichino ha vinto il lungo con 7,00 metri, diventando la prima italiana a conquistare il titolo europeo all’aperto nella specialità. La britannica Jazmin Sawyers si è fermata a un centimetro.
Andy Díaz Hernández ha invece superato per la prima volta i 18 metri nel triplo: 18,15, nuovo record italiano e misura che lo ha portato al quarto posto nella lista dei migliori triplisti della storia.
E c’è un altro dettaglio che racconta bene il cambio generazionale: nella 4×400 maschile, decisiva per il successo finale, correva anche il 19enne Mohamed Soudassi.
La gara che spiega tutto: la 4×400
Se dovessimo scegliere una sola gara per raccontare Birmingham, probabilmente sarebbe questa.
L’ultima.
L’Italia arrivava alla finale della 4×400 maschile praticamente appaiata alla Gran Bretagna nel medagliere.
Serviva un oro.
E gli azzurri lo hanno conquistato battendo proprio i padroni di casa.
2:59.16 contro 2:59.19.
Tre centesimi.
La prima medaglia d’oro italiana di sempre nella 4×400 maschile agli Europei all’aperto.
Ma la cosa interessante è che quella staffetta non era composta da quattro veterani.
Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati hanno corso una gara nella quale il più giovane del quartetto, Soudassi, aveva appena 19 anni.
È una piccola fotografia di quello che sta succedendo all’atletica italiana: esperienza e nuove generazioni stanno iniziando a convivere nella stessa squadra.
E i giovani non sono arrivati dal nulla
Qui bisogna fare un passo indietro.
Per capire Birmingham non basta guardare Birmingham.
Nel 2025 l’Italia aveva già conquistato per la prima volta nella sua storia il medagliere degli Europei Under 20, a Tampere: 6 ori, 3 argenti e 5 bronzi, per un totale di 14 medaglie.
Tra quei ragazzi c’erano nomi che oggi conosciamo molto meglio.
Kelly Doualla, oro nei 100 metri.
Erika Saraceni, oro nel triplo.
Alice Pagliarini, oro nella 4×100.
Daniele Inzoli, argento nel lungo.
Alessia Succo, bronzo nei 100 ostacoli.
Non è una garanzia che tutti diventino campioni assoluti. Nell’atletica, come in qualsiasi sport individuale, il passaggio dalle categorie giovanili a quelle senior può essere complicato.
Ma il dato è comunque significativo: la generazione che sta arrivando sta già vincendo.
E non è successo soltanto nel 2025.
Nel 2026 l’Italia ha continuato a mostrare profondità anche nelle categorie più giovani. Agli Europei Under 18 di Rieti, per esempio, la squadra italiana aveva 75 convocati e numerosi atleti già presenti nelle prime posizioni delle liste europee.
È difficile parlare di semplice casualità quando questi risultati iniziano a comparire a più livelli.
C’è anche un altro elemento: siamo forti in tante discipline
Questa forse è la parte più sottovalutata.
L’Italia non ha costruito il medagliere di Birmingham grazie a una sola specialità.
Gli ori sono arrivati da:
- salto in lungo;
- salto triplo;
- salto in alto;
- getto del peso;
- 5.000 metri;
- 10.000 metri;
- marcia;
- maratona;
- staffetta 4×400.
E gli altri podi hanno aggiunto ancora più varietà.
È una differenza importante.
Una nazionale può avere due o tre fenomeni e ottenere comunque grandi risultati.
Ma per vincere il medagliere serve qualcosa di più: una squadra capace di raccogliere punti in molte discipline diverse.
È esattamente ciò che è successo a Birmingham.
Anche i numeri della squadra raccontano qualcosa
Prima della partenza, l’Italia aveva convocato 132 atleti, la squadra più numerosa mai portata a un Europeo di atletica, superando i 116 convocati di Roma 2024. Erano 70 uomini e 62 donne.
Questo dato, da solo, non significa che un movimento sia forte.
Avere più atleti non garantisce più medaglie.
Ma diventa interessante quando lo si mette insieme a ciò che è successo in gara: 45 finalisti e primo posto nella classifica a punti, oltre alle 22 medaglie.
In altre parole, non sono saliti sul podio soltanto i grandi favoriti.
Molti altri azzurri sono arrivati nelle fasi finali delle competizioni e hanno contribuito al risultato complessivo.
È quella che nello sport si chiama profondità.
Quindi qual è il segreto dell’Italia?
Qui bisogna stare attenti.
Dire che abbiamo trovato “il sistema perfetto” sarebbe esagerato.
Non abbiamo abbastanza elementi per attribuire il successo a una singola riforma, a un singolo allenatore o a una sola scelta federale.
La stessa FIDAL, nel commentare il risultato di Birmingham, ha indicato una criticità precisa: il passaggio tra i 20 e i 23 anni, quando una parte degli atleti rischia di abbandonare l’attività.
Ed è un punto fondamentale.
Perché produrre giovani talenti è una cosa.
Portarli fino all’alto livello è un’altra.
Negli ultimi anni, però, la Federazione ha dichiarato di aver lavorato sulla valorizzazione dei giovani e sul rapporto tra struttura centrale e realtà regionali, mentre nel 2026 ha approvato anche una riforma dei campionati con l’obiettivo dichiarato di rafforzare ulteriormente il settore giovanile.
Possiamo quindi parlare di un insieme di fattori: talenti generazionali, tecnici, società sportive, programmazione federale, esperienza accumulata negli ultimi anni e una base sempre più ampia di atleti competitivi.
Non di una formula magica.
Il punto, però, è un altro
Forse la cosa più interessante di Birmingham non sono i 22 podi.
È quello che quei 22 podi raccontano.
Nel 2021 l’atletica italiana aveva vissuto una notte irripetibile a Tokyo. Da allora sono arrivati i successi di Roma 2024, il primo storico medagliere europeo Under 20 nel 2025 e ora il bis tra i senior a Birmingham.
Nel frattempo sono cambiati i protagonisti.
Alcuni campioni sono rimasti.
Altri sono arrivati.
E dietro di loro c’è già una generazione ancora più giovane che sta bussando alla porta.
Per questo Birmingham potrebbe essere ricordata non soltanto come la manifestazione in cui l’Italia ha vinto il medagliere.
Potrebbe essere il momento in cui ci siamo accorti che l’atletica italiana non dipende più soltanto da una generazione di campioni.
La vera sfida, adesso, sarà molto più difficile: fare in modo che questa crescita duri.
Perché vincere un Europeo è una grande impresa.
Costruire un movimento capace di continuare a vincere è un’altra storia.

