Di recente si fa un gran parlare del caso delle cosiddette “università fantasma”, una vicenda che ha coinvolto tantissime persone convinte di investire nel proprio futuro. Il meccanismo venuto a galla è tanto semplice quanto ben
orchestrato: interi istituti che si presentavano a tutti gli effetti come veri atenei, offrendo percorsi accademici accelerati, flessibilità e la garanzia di arrivare al traguardo senza troppi ostacoli. Il tutto, ovviamente,
pagando rette da migliaia di euro.
Il caso esploso di recente
Per capire la portata del fenomeno, basta guardare ai fatti di cronaca che hanno scoperchiato il vaso di Pandora. L’inchiesta principale ruota attorno a un finto polo universitario che operava sul territorio italiano, spacciandosi
per la filiale accreditata di un ateneo estero. Promettevano lauree in settori ambitissimi e a numero chiuso (come le professioni sanitarie), aggirando del tutto i test d’ingresso nazionali. Gli studenti pagavano rette
astronomiche – in alcuni casi anche oltre 10.000 euro all’anno – seguivano lezioni e sostenevano esami, convinti di ottenere un titolo valido in tutta Europa. Le indagini hanno invece svelato un castello di carte: non c’era alcun
riconoscimento formale da parte del nostro Ministero e gli accreditamenti esteri erano fasulli. Un sistema che avrebbe coinvolto centinaia di iscritti incassando milioni di euro.
Perché le persone ci cascano?
Viene spontaneo chiedersi come sia possibile abboccare, ma non si tratta di semplice ingenuità. Viviamo in un periodo in cui la pressione per ottenere risultati in fretta è altissima. Magari chi si iscrive è un lavoratore che ha
bisogno di un pezzo di carta per uno scatto di carriera, o una persona che ha visto sfumare l’ingresso in una facoltà tradizionale e cerca un modo per non rinunciare al proprio sogno. Quando ti trovi davanti l’offerta di un
percorso “su misura”, con esami apparentemente abbordabili e niente burocrazia, l’idea diventa parecchio allettante.
L’illusione perfetta
Il vero problema è che queste realtà si presentano benissimo. Hanno siti web curati nei minimi dettagli, pubblicità martellanti, e uffici di rappresentanza in palazzi eleganti. Spesso giocano sull’ambiguità delle parole: si
definiscono “istituti di alta formazione”, usano nomi altisonanti e sbandierano partnership internazionali sfruttando zone grigie delle normative. Per una persona che non conosce a fondo i rigidi meccanismi burocratici
dell’istruzione, distinguere un ente serio da uno finto è un’impresa.
Il risveglio amaro
Il dramma vero non è solo economico, ed esplode a percorso finito. Lo studente dà gli esami, discute una tesi, festeggia e aggiorna il curriculum. Poi arriva il momento di usare quel titolo di studio: fa domanda per un concorso
pubblico o chiede l’abilitazione per un albo professionale. Ed è lì che la porta gli viene sbattuta in faccia. La domanda viene rigettata perché, banalmente, la laurea non ha alcun valore legale per lo Stato italiano. Anni di
sacrifici cancellati in un secondo da un semplice controllo incrociato.
Come tutelarsi davvero
Oggi il mercato della formazione online è sterminato ed è legittimo voler cercare la comodità dello studio a distanza. Ma c’è una sola vera regola d’oro per evitare di farsi svuotare il portafoglio inutilmente: la lista del MUR
(Ministero dell’Università e della Ricerca).
Prima di firmare qualsiasi contratto o disporre un bonifico, bisogna andare sul sito del Ministero e controllare l’elenco ufficiale degli atenei accreditati. È pubblico, gratuito e aggiornato. Se il nome dell’istituto che vi sta
proponendo il corso non è in quella lista, la laurea che vi daranno sarà utile al massimo da appendere in salotto.
Davanti a situazioni come questa si apre però un dibattito interessante. Secondo voi, in un mercato così esposto, lo Stato dovrebbe intervenire preventivamente con controlli a tappeto per oscurare queste realtà prima che facciano
danni, o la responsabilità di verificare le credenziali di un istituto prima di pagare spetta sempre allo studente?

