Sorridi, ti sta guardando l’IA: il braccio di ferro sul riconoscimento facciale in Europa

Nei film di spionaggio era un classico: l’hacker della squadra isola il volto di un passante in una piazza affollata, il computer macina qualche dato e in tre secondi sforna nome, cognome e fedina penale. Bene, quella roba oggi esiste per davvero, si chiama riconoscimento facciale biometrico, e proprio oggi, 30 luglio, Roma e Bruxelles se le sono date di santa ragione su questo tema. Da una parte chi lo vede come l’arma definitiva contro il crimine, dall’altra chi teme di svegliarsi in un episodio di Black Mirror.

L’Italia preme l’acceleratore, e oggi sbatte contro Bruxelles

Non stiamo parlando di un’idea buttata lì: il governo Meloni ha già un decreto pronto, approvato in bozza dal Consiglio dei Ministri il 10 giugno, che vuole usare l’IA per il riconoscimento facciale in tre modi — beccare in tempo reale chi rappresenta una minaccia grave o rintracciare persone scomparse, riconoscere sospettati durante le indagini (con un giudice che vigila), e ripescare volti da immagini già registrate dopo che un reato è stato commesso. I dati biometrici resterebbero in memoria una settimana, e ne resta traccia amministrativa per cinque anni — quindi no, non è che ti scansionano e buttano via tutto il giorno dopo.

Ed è proprio oggi che è scoppiato il caos: un portavoce della Commissione UE ha detto chiaro e tondo che “il riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili è una pratica vietata dalla legge sull’IA”, in vigore dallo scorso anno e pienamente operativa entro quest’anno. Apriti cielo: la commissione Affari europei della Camera ha rinviato seduta stante il voto sul decreto, mentre Palazzo Chigi ha fatto marcia indietro a parole, assicurando che “l’Italia rispetterà le norme europee”. Le opposizioni, ovviamente, non se la sono lasciata scappare: il dem Piero De Luca ha tirato fuori la carta “Grande Fratello”, facendo notare che il testo permetterebbe alla polizia di attivare questi sistemi con una telefonata al pubblico ministero — altro che autorizzazione di un giudice.

Cosa dice davvero l’AI Act (perché non è un no assoluto)

Qui vale la pena fermarsi un secondo, perché il divieto raccontato così sembra granitico, e invece ha delle porte sul retro. L’AI Act vieta di default la sorveglianza biometrica di massa in tempo reale per strada, ma lascia margine per casi davvero seri: cercare vittime di rapimento o tratta, sventare un attentato imminente, dare la caccia a sospettati di reati gravissimi. Il punto dello scontro di oggi è tutto lì: l’Italia sta usando quelle eccezioni come sono pensate, o le sta un po’ allargando a piacimento?

Oltre la Manica: il caso di Londra

Curiosità: cosa succede se esci dalle regole UE? Basta guardare Londra. Fuori dai vincoli europei dopo la Brexit, i britannici ci sono andati giù pesante con il “Live Facial Recognition”. Solo nel weekend del Notting Hill Carnival, le telecamere hanno portato a 61 arresti in pochi giorni, diversi per reati violenti. E se guardi l’anno intero i numeri fanno ancora più impressione: il comandante della polizia londinese ha parlato di oltre 700 arresti solo nel 2026, con un trial specifico di telecamere fisse a Croydon che da solo ne ha fruttati 173 in sei mesi.

Per la polizia è manna dal cielo. Ma gli attivisti per i diritti civili si strappano i capelli, e onestamente qualche ragione ce l’hanno: nell’ultimo anno di dati pubblici, su 10 falsi allarmi generati dal sistema, 8 riguardavano persone di colore. Il problema dei bias — algoritmi allenati soprattutto su volti di uomini bianchi, che sbagliano di più su donne e minoranze — non è affatto sparito, anche se va detto che nessuno di quei falsi allarmi si è trasformato in un arresto vero. Resta comunque emblematico il caso di Shaun Thompson, fermato per errore nel 2024: lui l’ha descritta come un’esperienza “intimidatoria”, punto e basta.

Il vero costo della nostra sicurezza

Alla fine il dibattito torna sempre lì, allo stesso bivio di sempre: quanta libertà siamo disposti a barattare per sentirci più sicuri? Da un lato, l’idea di girare di sera sapendo che chi ha cattive intenzioni viene beccato subito da un occhio digitale è tentatrice, diciamocelo. Dall’altro c’è quello che gli esperti chiamano “chilling effect”: sapere di essere sempre osservato e schedato da un algoritmo ti cambia il modo di comportarti, ti rende meno libero di andare a una manifestazione o semplicemente di sparire nell’anonimato di una città, cosa che fino a ieri davamo per scontata. Non a caso qualcuno ha già descritto Londra come il rischio di diventare una specie di prigione a cielo aperto, giusto con più telecamere e meno sbarre.

E adesso cosa ci aspetta?

Nei prossimi giorni capiremo se alla Camera si troverà un compromesso sul decreto o se lo scontro con Bruxelles si trascina più a lungo. Nel frattempo, scommetto che i governi (il nostro incluso) continueranno a fare pressione sull’Europa per allargare quelle eccezioni, magari sventolando proprio i numeri di Londra come prova che “funziona”. L’Europa, dall’altra parte, proverà a tenere il punto. Alla fine la domanda resta sempre la stessa, e non te la puoi cavare con una scrollata di spalle: ti faresti scansionare la faccia ogni volta che esci a comprare il pane, pur di avere un quartiere più sicuro? O preferisci correre qualche rischio in più, ma tenerti la faccia — letteralmente — per te?

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