OpenAI perde decine di miliardi ma tutti vogliono investire: ecco perché i conti non raccontano tutta la storia

Ricavi in forte crescita, perdite record e una valutazione che potrebbe sfiorare i 1.000 miliardi di dollari. Come si spiegano questi numeri?

Se un’azienda ti dicesse che perde quasi 40 miliardi di dollari in un anno, probabilmente penseresti che sia in grave difficoltà.

Eppure, nel caso di OpenAI, sta succedendo quasi l’opposto.

L’azienda che ha portato ChatGPT nelle mani di centinaia di milioni di persone continua ad attirare investitori, analisti e banche d’affari, tanto che il debutto in Borsa previsto per settembre 2026 potrebbe essere uno degli eventi finanziari più importanti degli ultimi anni.

La domanda è inevitabile: com’è possibile che un’azienda con perdite così elevate venga valutata fino a 1.000 miliardi di dollari?

La risposta sta nel modo in cui il mercato guarda alle grandi aziende tecnologiche.

I ricavi crescono a una velocità impressionante

Partiamo dai numeri.

Nel 2025 OpenAI ha registrato 13 miliardi di dollari di ricavi, quasi il triplo rispetto ai 3,7 miliardi del 2024. A fine anno il fatturato mensile sfiorava già i 2 miliardi di dollari, un ritmo di crescita che poche aziende nella storia sono riuscite a mantenere.

Anche il primo trimestre del 2026 conferma questa tendenza: i ricavi sono saliti a 5,7 miliardi di dollari, triplicando rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Insomma, il problema non è riuscire a vendere i propri servizi.

Il vero problema è quanto costa crescere

Se i ricavi sono in forte aumento, le spese crescono ancora più velocemente.

Nel 2025 OpenAI ha chiuso con una perdita netta di circa 38-39 miliardi di dollari.

Nel primo trimestre del 2026 la situazione non è molto diversa: a fronte di 5,7 miliardi di ricavi, l’azienda ha registrato una perdita operativa di 9,3 miliardi.

Tradotto in modo semplice: per ogni dollaro incassato, OpenAI ne spende circa 2,22, bruciandone oltre uno.

E le previsioni non indicano un miglioramento nel breve periodo.

L’azienda stima infatti di consumare tra 25 e 27 miliardi di dollari nel 2026, cifra che potrebbe salire addirittura tra 57 e 63 miliardi nel 2027.

La profittabilità, almeno secondo i piani attuali, non è prevista prima della fine del decennio.

Perché allora gli investitori continuano a crederci?

È qui che entra in gioco la logica tipica delle grandi aziende tecnologiche.

Chi investe oggi in OpenAI non sta comprando gli utili attuali. Sta comprando la possibilità che l’azienda diventi una delle infrastrutture più importanti dell’economia digitale dei prossimi anni.

Ci sono almeno cinque motivi che alimentano questa convinzione.

1. Una base utenti enorme

OpenAI può contare su oltre 900 milioni di utenti settimanali.

Di questi, circa 50 milioni pagano un abbonamento.

Potrebbe sembrare una percentuale bassa, ma il ragionamento degli investitori è diverso: se anche solo una parte degli utenti gratuiti dovesse convertirsi in clienti paganti, i ricavi potrebbero crescere in modo significativo senza dover trovare nuovi utenti.

2. La crescita pesa più delle perdite

Nel mondo delle grandi IPO tecnologiche, soprattutto nelle fasi iniziali, i bilanci in rosso non sono necessariamente un problema.

La strategia è quella già vista con aziende come Amazon o Tesla: investire enormi quantità di capitale per conquistare il mercato, rimandando gli utili a una fase successiva.

In altre parole, oggi conta soprattutto la velocità con cui cresce il business.

3. OpenAI non vende solo ChatGPT

Molti associano OpenAI esclusivamente a ChatGPT.

In realtà, il mercato guarda molto più in profondità.

L’azienda viene considerata uno dei pilastri su cui si sta costruendo l’intero ecosistema dell’intelligenza artificiale: modelli linguistici, API per sviluppatori, strumenti per aziende e infrastrutture tecnologiche che potrebbero essere utilizzate da migliaia di altre imprese.

È questo ruolo strategico a giustificare, secondo molti investitori, valutazioni così elevate.

4. Dietro l’operazione ci sono i grandi nomi di Wall Street

Un altro elemento che alimenta l’entusiasmo è la presenza di Goldman Sachs, Morgan Stanley e JPMorgan come advisor dell’operazione.

Quando istituzioni di questo livello seguono una quotazione, il mercato interpreta spesso il segnale come la volontà di costruire un debutto di grande impatto, capace di attirare investitori da tutto il mondo.

5. Una valutazione da record

Le indiscrezioni parlano di una valutazione compresa tra 850 miliardi e 1.000 miliardi di dollari.

Numeri di questo tipo sono sufficienti, da soli, a catalizzare l’attenzione dei media e degli investitori ancora prima dell’inizio delle contrattazioni.

Ma il rischio esiste, ed è concreto

L’entusiasmo, però, non elimina i rischi.

La concorrenza nel settore dell’intelligenza artificiale sta diventando sempre più intensa. Aziende come Anthropic stanno aumentando la pressione sui prezzi, mentre molti clienti enterprise chiedono risultati concreti e un ritorno misurabile sugli investimenti, non soltanto promesse sul futuro.

Anche OpenAI ha iniziato a intervenire sui costi, arrivando a chiudere alcuni progetti, come Sora, nel tentativo di rendere più sostenibile la propria struttura.

Il punto è semplice: se nei prossimi anni la crescita dei ricavi dovesse rallentare mentre il consumo di cassa continuasse ad aumentare, il mercato potrebbe cambiare rapidamente atteggiamento.

È una dinamica che si è già vista con altre grandi aziende tecnologiche: quando le aspettative diventano troppo alte, basta un rallentamento per ridimensionare l’entusiasmo.

Il mercato sta comprando il futuro, non il presente

Guardando soltanto il bilancio, OpenAI appare un’azienda che perde cifre enormi.

Guardando invece alla sua posizione nel settore dell’intelligenza artificiale, molti investitori vedono un potenziale protagonista della prossima rivoluzione tecnologica.

È proprio questa distanza tra i risultati di oggi e le aspettative sul domani a spiegare perché OpenAI continui ad attirare così tanto interesse.

La vera sfida inizierà dopo la quotazione: trasformare una crescita straordinaria in un modello di business capace, prima o poi, di generare profitti. Perché fino a quando il mercato crede nella storia, le perdite possono passare in secondo piano. Ma quando la fiducia vacilla, sono proprio i conti a tornare sotto i riflettori.

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