Terremoto in Colombia, perché un sisma di magnitudo 7,4 può fare così tanti danni?

Un terremoto non è pericoloso soltanto perché il numero della magnitudo è alto.

Conta dove avviene, quanto è profondo, come si muove il terreno e soprattutto quanto sono preparati gli edifici che si trovano sopra di lui.

È quello che sta mostrando in queste ore la Colombia.

Lunedì 10 agosto un terremoto di magnitudo 7,4 ha colpito la parte occidentale del Paese, con epicentro nell’area di San José del Palmar, nel dipartimento del Chocó. La scossa è stata avvertita in gran parte della Colombia e anche nei Paesi vicini. (The Guardian)

Il bilancio, ancora provvisorio, è salito ad almeno 132 morti e oltre 570 feriti. Sono stati segnalati crolli e danni estesi a edifici e infrastrutture, mentre i soccorritori continuano a cercare persone sotto le macerie. (Reuters Connect)

Ma perché una magnitudo di 7,4 può trasformarsi in una tragedia di queste dimensioni?

La magnitudo non racconta tutta la storia

Quando sentiamo parlare di un terremoto, la prima cosa che guardiamo è quasi sempre la magnitudo.

È un dato importante, ma da solo non basta.

La magnitudo misura l’energia liberata dal terremoto. Un valore di 7,4 indica quindi un evento molto potente.

Ma due terremoti con la stessa magnitudo possono provocare danni completamente diversi.

È un po’ come confrontare due onde: sapere quanto è grande l’onda non basta. Bisogna sapere anche dove arriva, contro cosa si infrange e quanto è vulnerabile ciò che trova davanti.

Per un terremoto succede qualcosa di simile.

Conta anche la profondità

Un altro elemento fondamentale è la profondità alla quale avviene il terremoto.

Le prime informazioni disponibili collocano l’evento colombiano a circa 100 chilometri di profondità, quindi molto più in profondità rispetto a un terremoto superficiale. (The Economic Times)

Questo può sembrare controintuitivo.

Se il terremoto nasce più in profondità, perché può essere sentito così lontano?

Perché le onde sismiche hanno la possibilità di propagarsi attraverso un’area molto ampia.

I terremoti profondi possono quindi essere percepiti a grandi distanze dall’epicentro, anche se in generale tendono a produrre meno danni in superficie rispetto a terremoti della stessa magnitudo ma molto più superficiali.

In Colombia questo fenomeno è particolarmente importante perché il Paese è attraversato da una complessa attività tettonica.

La Colombia vive sopra una zona sismicamente attiva

La superficie terrestre non è un blocco unico.

È divisa in grandi placche che si muovono lentamente l’una rispetto all’altra.

In Sud America, la placca di Nazca si immerge sotto la placca sudamericana. Questo processo, chiamato subduzione, produce una grande quantità di attività sismica lungo la regione andina.

E la Colombia si trova proprio in una delle aree in cui queste dinamiche rendono i terremoti una realtà tutt’altro che insolita.

Il problema, quindi, non è che la Colombia abbia improvvisamente iniziato a tremare.

Il problema è quando un terremoto particolarmente forte colpisce un’area abitata e vulnerabile.

È qui che entra in gioco una cosa che spesso dimentichiamo: gli edifici

Un terremoto non “uccide” direttamente.

Sono soprattutto il crollo degli edifici, la caduta di elementi strutturali, le frane, gli incendi e le interruzioni dei servizi a trasformare una scossa in una catastrofe.

Per questo la stessa magnitudo può avere conseguenze completamente diverse in Paesi diversi.

Lo abbiamo visto più volte nel mondo.

Un terremoto forte in un’area con edifici progettati per resistere alle oscillazioni può provocare danni importanti, ma lasciare molte più persone in salvo.

Lo stesso terremoto in un’area con edifici fragili può avere conseguenze molto più gravi.

È una differenza fondamentale.

E infatti il terremoto non ha colpito soltanto un punto

Le conseguenze si sono estese a diverse città e regioni della Colombia occidentale.

Tra le aree colpite ci sono Pereira, Cali, Manizales e Quibdó, con crolli, danni agli edifici e problemi alle infrastrutture. Anche strutture sanitarie e altri edifici pubblici sono stati danneggiati. (The Guardian)

In alcune zone i soccorritori stanno ancora lavorando tra le macerie.

Ed è proprio questa la fase più delicata.

Nelle ore successive a un terremoto, infatti, il bilancio può cambiare rapidamente: alcune persone possono essere ancora intrappolate, le comunicazioni possono essere interrotte e nuovi danni possono emergere quando le squadre riescono a raggiungere le aree più isolate.

Perché ci sono ancora così tante persone da cercare?

Perché dopo una grande scossa il lavoro non finisce quando il terreno smette di muoversi.

Arrivano le operazioni di soccorso.

Bisogna individuare gli edifici crollati, capire quali strutture sono ancora sicure, raggiungere le persone intrappolate e allo stesso tempo fare attenzione alle possibili scosse successive.

E c’è un altro problema: la Colombia ha territori montuosi e aree remote in cui strade e collegamenti possono rendere più difficile raggiungere rapidamente le comunità colpite.

La risposta a un terremoto, quindi, non dipende soltanto dalla forza della scossa.

Dipende anche dalla capacità di arrivare dove serve.

La vera lezione di questo terremoto

Il terremoto colombiano ci ricorda una cosa importante: la magnitudo non è una misura della distruzione.

È una misura dell’energia liberata.

La distruzione nasce dall’incontro tra quella energia e tutto ciò che trova sulla sua strada.

Profondità del terremoto.

Distanza dalle città.

Tipo di terreno.

Qualità degli edifici.

Densità della popolazione.

Preparazione dei soccorsi.

Sono tutti pezzi della stessa storia.

Ed è per questo che, quando sentiamo dire “terremoto di magnitudo 7,4”, la domanda più interessante non dovrebbe essere soltanto:

“Quanto è stato forte?”

Dovremmo chiederci:

“Dove è successo e cosa c’era sopra quel punto della Terra?”

È lì che un numero diventa una storia.

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