FIno a due anni fa Apple e OpenAI sembravano quasi una coppia perfetta, complice l’integrazione di ChatGPT nei sistemi iOS. Oggi invece sono in tribunale, l’una contro l’altra. Apple ha depositato una causa contro OpenAI accusandola di furto di segreti industriali, sostenendo che l’azienda di Sam Altman abbia sistematicamente reclutato ex dipendenti Cupertino per mettere le mani su informazioni riservate su hardware e software ancora non annunciati. Una mossa che segna la fine ufficiale di un’alleanza e l’inizio di uno scontro che potrebbe ridisegnare gli equilibri di potere nel settore tech.
DI COSA ACCUSA APPLE
Il cuore della causa, depositata presso il tribunale federale del Distretto Nord della California, è tanto semplice quanto pesante: secondo Apple, OpenAI avrebbe assunto oltre 400 ex dipendenti della Mela, incoraggiandoli – più o meno esplicitamente – a portarsi dietro conoscenze tecniche riservate su progetti futuri, sia hardware che software. Non stiamo parlando di un paio di ingegneri passati alla concorrenza, cosa normalissima nel settore tech, ma di un numero enorme di talenti che, secondo la ricostruzione di Apple, sarebbero stati selezionati proprio per il loro accesso a informazioni sensibili.
Il sospetto di Apple è che questo processo di reclutamento non sia stato casuale, ma organizzato per raccogliere il maggior numero possibile di dettagli su prodotti ancora in fase di sviluppo, mai comunicati al pubblico. Un’accusa gravissima, perché se dimostrata comporterebbe non solo un danno economico ma soprattutto la perdita di quel vantaggio competitivo che per Apple è da sempre un pilastro della sua strategia: la sorpresa, il controllo totale sulla narrazione dei propri prodotti, l’effetto “wow” al lancio.
DA ALLEATI A RIVALI, COSA È CAMBIATO
Fino a poco tempo fa, i rapporti tra le due aziende sembravano solidissimi. La partnership avviata nel 2024, che aveva portato ChatGPT dentro gli iPhone tramite Siri, era stata presentata come un modello di collaborazione tra un colosso dell’hardware e il leader dell’intelligenza artificiale generativa. Ma le cose sono cambiate rapidamente: mentre Apple continua a muoversi con cautela sull’IA, criticata più volte per i ritardi sul fronte Siri “potenziata”, OpenAI ha accelerato la propria espansione, spingendosi sempre più verso l’hardware proprio – il terreno di casa di Apple.
È qui che, secondo gli osservatori del settore, nasce l’attrito reale: OpenAI starebbe lavorando a dispositivi fisici propri, e per farlo avrebbe bisogno esattamente delle competenze che Apple custodisce più gelosamente, quelle sul design e l’ingegneria dei prodotti hardware. Non stupisce quindi che la causa arrivi proprio ora, in un momento in cui la traiettoria di OpenAI sta assumendo contorni sempre più ambiziosi.
UN’IPO DA RECORD
E qui arriva il secondo tassello, che rende la vicenda ancora più interessante. Mentre affronta questa battaglia legale, OpenAI starebbe preparando una IPO riservata con una valutazione che sfiora i 730 miliardi di dollari, cifra raggiunta dopo un round di finanziamento monstre da oltre 100 miliardi guidato da colossi come Nvidia, Amazon e SoftBank. Numeri da capogiro che la proietterebbero tra le aziende private più valutate di sempre, con l’obiettivo dichiarato di arrivare presto sul mercato azionario.
COSA ASPETTARSI ORA
Questo scontro legale non è solo una disputa tra due aziende: è il segnale di un punto di svolta per l’intero settore tecnologico. Da una parte Apple, che cerca di blindare il proprio know-how in un momento storico in cui l’intelligenza artificiale sta ridefinendo cosa significhi “vantaggio competitivo”. Dall’altra OpenAI, che punta dritta verso Wall Street con ambizioni sempre più simili a quelle di un colosso hardware, non più solo un laboratorio di ricerca sull’IA.
Difficile prevedere l’esito della causa, che si preannuncia lunga e complessa, ma una cosa è certa: il fronte tra Big Tech e le aziende IA emergenti si sta facendo sempre più teso, e cause come questa potrebbero diventare la norma piuttosto che l’eccezione nei prossimi anni.

