La tregua siglata il 17 giugno è ufficialmente carta straccia. Nella notte tra sabato e domenica, gli Stati Uniti hanno lanciato il terzo ciclo di attacchi contro l’Iran in meno di una settimana, mentre Teheran ha chiuso lo Stretto di Hormuz e colpito basi americane in tre Paesi del Golfo. Il rischio ora è una guerra regionale a tutti gli effetti, con conseguenze dirette sui mercati energetici globali.
Le ultime 72 ore hanno riscritto gli equilibri, già fragilissimi, del Golfo Persico. Quello che dal 17 giugno era formalmente un cessate il fuoco — frutto di un protocollo d’intesa tra Washington e Teheran con sessanta giorni di tempo per trovare una soluzione definitiva al conflitto scoppiato lo scorso 28 febbraio con un attacco israelo-americano contro l’Iran — si è sgretolato pezzo per pezzo, fino al collasso di queste ore.
IL TERZO ROUND DI BOMBARDAMENTI AMERICANI
Il Comando centrale statunitense (Centcom) ha confermato di aver condotto circa 140 attacchi contro obiettivi militari iraniani: siti missilistici e per droni, mezzi navali, depositi di munizioni, reti di comunicazione e postazioni di sorveglianza costiera. È la terza ondata di raid da martedì scorso, con esplosioni segnalate a Bandar Abbas, Sirik, Jask, sull’isola di Qeshm e nella provincia del Khuzestan, al confine con l’Iraq. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth non ha usato mezzi termini: “L’Iran ha fatto una scelta sbagliata. Ora ne paga il prezzo. L’era degli accordi unilaterali è finita.” La risposta indiretta è arrivata dal capo negoziatore iraniano Mohamed Bagher Ghalibaf: “Mantenete la vostra parola o pagate il prezzo. La realtà sta bussando.”
La conseguenza immediata è l’attacco iraniano contro la Gfs Galaxy, una portacontainer battente bandiera cipriota, colpita a circa 17 chilometri a est della penisola di Musandam, in Oman. Secondo i pasdaran — le Guardie della Rivoluzione — la nave stava seguendo “una rotta non autorizzata” e non rispondeva agli avvertimenti; è stata colpita e incendiata, costringendo l’equipaggio ad abbandonarla su una scialuppa di salvataggio. Un membro civile risulta ancora disperso.
HORMUZ CHIUSO: LA MOSSA PERICOLOSA
La conseguenza più gravida di rischi per l’economia mondiale è però un’altra: l’IRGC ha annunciato che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso “fino a nuovo ordine e fino alla cessazione degli interventi americani nella regione”. Non si tratta di una minaccia da poco: attraverso quel braccio di mare largo appena 33 chilometri nel punto più stretto transita normalmente circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas. Teheran per ora concede solo un corridoio ristretto lungo le proprie coste, escludendo qualsiasi ritorno alla libera navigazione precedente alla guerra — una linea che gli Stati Uniti contestano frontalmente.
È la seconda volta in pochi giorni che l’Iran minaccia lo stop al traffico marittimo nello stretto, ma questa è la prima chiusura effettiva e dichiarata “senza scadenza”. Per un mercato energetico già nervoso, è un segnale che va oltre la retorica: se il blocco dovesse protrarsi, l’impatto sui prezzi del greggio e del gas naturale liquefatto sarebbe immediato, con possibili ripercussioni su inflazione e catene di approvvigionamento a livello globale.
LA RAPPRESAGLIA SU QATAR, EMIRATI E BAHREIN
Poche ore dopo l’annuncio sullo stretto, Teheran ha lanciato missili e droni contro diversi Paesi del Golfo. Gli Emirati Arabi Uniti hanno confermato tramite il ministero della Difesa di essere stati bersaglio diretto. Il Bahrein ha attivato le sirene d’allarme antiaereo. In Qatar sono state udite esplosioni a sud della capitale Doha, riconducibili a intercettazioni di missili in arrivo. Non è la prima volta: nei giorni scorsi la Repubblica islamica aveva già colpito basi americane in Kuwait, Bahrein e Qatar, in un crescendo che i pasdaran avevano promesso di ripetere “con severità” in caso di ulteriori raid statunitensi.
TRUMP, LA “TREGUA” FINITA E LA VENDETTA DI KHAMENEI
Dal punto di vista politico, il quadro è altrettanto incandescente. Donald Trump ha ribadito più volte nelle ultime settimane che il cessate il fuoco fosse ormai “finito” a causa degli attacchi iraniani contro le navi commerciali, pur mantenendo aperto un canale negoziale con Teheran. Venerdì il presidente aveva accusato l’Iran di tramare per il suo assassinio, promettendo di “decimare e distruggere completamente tutte le regioni dell’Iran” in caso di un simile tentativo.
Sul fronte iraniano, a scaldare ulteriormente il clima è intervenuta la nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei — succeduto al padre Ali, ucciso nei primi giorni della guerra israelo-americana — che ha definito la vendetta “inevitabile”, giurando di vendicare “il sangue puro” del padre e di tutti i “martiri” del conflitto. Parole che, unite alla scalata militare sul terreno, lasciano pochi margini a un rientro rapido della crisi.
COSA ASPETTARSI ORA
Con la tregua di fatto azzerata, lo Stretto di Hormuz bloccato e basi americane sotto attacco in tre Paesi alleati, la regione è entrata in una fase di conflitto aperto senza una exit strategy chiara. I prossimi giorni saranno decisivi: se il blocco navale dovesse consolidarsi, i mercati energetici rischiano scosse severe, mentre sul piano diplomatico la finestra negoziale aperta a giugno appare ormai quasi del tutto richiusa. La domanda che si pongono cancellerie e sale operative da Washington a Doha è la stessa: fin dove sono disposte a spingersi le due parti prima che l’escalation diventi irreversibile?

