Guerra in Iran e shock energetico: il mondo cresce lo stesso (ma non per tutti allo stesso modo)
Il FMI ha appena pubblicato il suo report di metà anno, e il messaggio è chiaro: la guerra in Medio Oriente sta pesando sull’economia globale, ma non abbastanza da far deragliare la crescita. Merito, paradossalmente, del boom degli investimenti legati all’intelligenza artificiale, che sta compensando quasi punto per punto i danni causati dallo shock energetico. Il risultato è un 2026 più fragile di quanto sembri sulla carta, con vincitori e vinti molto diversi tra loro — e l’Italia che, ancora una volta, si trova nel mezzo.
Il quadro globale: due forze che tirano in direzioni opposte
Il quadro che emerge dal report è semplice da capire, anche se complesso da vivere: l’economia mondiale è stretta tra due forze che tirano in direzioni opposte. Da una parte gli “effetti persistenti” dello shock energetico scatenato dalla guerra USA-Israele contro l’Iran: dopo gli attacchi alle petroliere nello Stretto di Hormuz e la ripresa dei bombardamenti americani su obiettivi iraniani, i transiti giornalieri nello stretto sono crollati da circa 130 a soli 41, con conseguenze dirette sui prezzi del greggio (il Brent è tornato sopra i 78 dollari al barile dopo settimane di discesa). Dall’altra parte, un vero e proprio boom di investimenti tecnologici trainato dall’intelligenza artificiale, che sta sostenendo la domanda nei paesi più integrati nelle catene del valore globali del tech.
Il bilancio netto? Crescita mondiale prevista al 3,0% nel 2026 e al 3,4% nel 2027 — un rallentamento contenuto rispetto alla media del 3,5% registrata nel biennio 2024-2025. Il taglio rispetto alle previsioni precedenti è minimo, ma quello che colpisce è quanto le prospettive siano disomogenee da paese a paese. I paesi esportatori di energia fuori dalla zona di conflitto stanno beneficiando di condizioni commerciali favorevoli. Le economie ben inserite nella filiera tecnologica tengono botta anche se importano energia. I veri sconfitti sono i paesi importatori di energia con scarsa partecipazione alla catena del valore tech — categoria che comprende molte economie a basso reddito, le più esposte e le meno attrezzate per assorbire il colpo.
C’è poi un altro dato che il FMI segnala con una certa preoccupazione: la disinflazione globale, in corso dall’inizio del 2024, si è fermata. L’inflazione mondiale è attesa salire dal 4,1% del 2025 al 4,7% nel 2026, prima di scendere di nuovo al 3,9% nel 2027. Tradotto: i prezzi dell’energia stanno rimettendo pressione su un processo di raffreddamento dei prezzi che sembrava ormai avviato, e le banche centrali dovranno di nuovo fare i conti con un’inflazione meno docile del previsto.
L’Italia: stabile, ma senza slancio
Per il nostro paese il FMI conferma sostanzialmente le stime di aprile: crescita del +0,5% sia nel 2026 sia nel 2027. Un numero che va letto con attenzione, perché “conferma” non significa “buona notizia” — significa piuttosto che l’Italia resta ancorata a una crescita modestissima, ben al di sotto della media globale e anche di quella dell’Eurozona nel suo complesso, che il FMI stima allo 0,9% quest’anno.
Perché l’Italia fatica più di altri a intercettare lo slancio tecnologico che sta sostenendo altre economie? Il tessuto industriale italiano, fatto in larga parte di PMI manifatturiere e di settori tradizionali, è meno esposto alla filiera globale dell’IA rispetto a paesi con ecosistemi tech più sviluppati o a economie asiatiche fortemente integrate nella produzione di semiconduttori e hardware. Allo stesso tempo, l’Italia resta strutturalmente un paese importatore netto di energia: la dipendenza da gas e petrolio importati la rende automaticamente più vulnerabile a ogni impennata dei prezzi legata alle tensioni nello Stretto di Hormuz.
Questo doppio vincolo — poca esposizione ai benefici del boom tech, piena esposizione ai rischi energetici — spiega perché l’Italia si trova nella parte più debole della distribuzione tra i paesi avanzati. Non è in crisi, ma cresce a un ritmo che lascia poco margine per assorbire shock aggiuntivi. Per dare un metro di paragone: gli Stati Uniti viaggiano al 2,3%, quasi cinque volte il nostro ritmo. Solo il Giappone fa peggio di noi tra le grandi economie avanzate. E se guardiamo alla Cina, che cresce al 4,6%, il divario diventa ancora più evidente.

