Le voci si rincorrono e l’idea divide i tifosi: Andrea Pirlo sulla panchina della Nazionale. Da un lato il carisma intoccabile del campione del mondo, dall’altro un curriculum da allenatore che finora ha lasciato più di qualche dubbio.
Ciao a tutti. Se c’è una cosa che in Italia riesce a far discutere più della politica o dell’inflazione, è la panchina della Nazionale di calcio. Nelle ultime ore ha iniziato a circolare un’ipotesi che ha subito spaccato in due l’opinione pubblica: Andrea Pirlo come nuovo Commissario Tecnico dell’Italia.
Sì, avete capito bene. Il “Maestro”, l’uomo che ha fatto sognare milioni di italiani a Berlino nel 2006 con le sue geometrie impossibili, potrebbe ritrovarsi a guidare gli Azzurri dalla panchina. Un’idea romantica, senza dubbio. Ma ha senso dal punto di vista sportivo? Mettiamo da parte il cuore per un attimo e analizziamo la situazione a mente fredda.
Il peso (e il fascino) del nome
Partiamo dai lati positivi. Andrea Pirlo non è un nome qualsiasi: è un’istituzione del calcio mondiale. Quando entra in uno spogliatoio, anche i giocatori più esperti abbassano la testa in segno di rispetto. Ha vinto tutto quello che c’era da vincere e conosce le dinamiche delle grandi competizioni internazionali come le sue tasche.
Avere un CT con questo tipo di carisma significa avere uno “scudo” umano contro le pressioni della stampa e dell’ambiente. Inoltre, a livello internazionale, la figura di Pirlo restituisce immediatamente blasone e fascino all’immagine della Nazionale, che negli ultimi anni ha vissuto troppi alti e bassi. I giocatori più giovani lo vedono come un mito assoluto, e questo potrebbe essere un collante formidabile per fare gruppo.
Un curriculum in panchina che non decolla
Qui però arriva la nota dolente. Il calcio giocato e quello allenato sono due sport diversi, e la carriera di Pirlo in giacca e cravatta, finora, non ha replicato i fasti di quella con gli scarpini ai piedi.
La sua esperienza alla Juventus, iniziata col botto senza alcuna gavetta, si è conclusa con un esonero nonostante due trofei vinti (Coppa Italia e Supercoppa). Da lì, il percorso è stato in salita: un’avventura in Turchia al Fatih Karagümrük fatta di luci e ombre, e poi il ritorno in Italia, alla Sampdoria in Serie B. Anche a Genova le cose non sono andate come sperato, tra enormi difficoltà societarie e risultati sul campo che hanno portato a un amaro esonero.
Il dubbio dei critici è legittimo: la panchina dell’Italia è un traguardo che richiede enorme esperienza gestionale e tattica. Affidarla a un tecnico che sta ancora cercando la sua quadratura è un rischio enorme per tutto il movimento calcistico italiano.
Che Italia sarebbe tatticamente?
Se c’è una cosa che Pirlo ha sempre cercato di trasmettere alle sue squadre è l’estetica del gioco. L’ex regista bresciano è un fanatico del calcio propositivo: costruzione dal basso, possesso palla prolungato, giocatori di qualità in mezzo al campo e ricerca costante del dominio del gioco. Niente “catenaccio e contropiede”, per intenderci.
Sulla carta è un calcio bellissimo, in linea con l’evoluzione moderna di questo sport. Il problema è che in Nazionale non hai mesi per insegnare i tuoi schemi, ma solo pochi giorni di ritiro prima delle partite. Riuscirebbe Pirlo a trasmettere un credo tattico così complesso in così poco tempo? È questa la vera incognita.
Una scelta di cuore o di disperazione?
Affidare l’Italia ad Andrea Pirlo sarebbe, a tutti gli effetti, un lancio della moneta. Da una parte la possibilità di ricreare un ciclo magico guidato da uno degli eroi calcistici più amati di sempre, capace di ridare entusiasmo a una piazza spesso disillusa. Dall’altra, lo spettro di bruciare definitivamente (sia per lui che per noi) un’occasione preziosa, rischiando di far sprofondare la Nazionale in un’ulteriore crisi di identità.
Non ci resta che aspettare e vedere se queste voci si trasformeranno in realtà. Nel frattempo, il dibattito al bar dello sport è ufficialmente aperto

